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venerdì 7 dicembre 2012

Armi e buffetterie dei Carabinieri: dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale


Dopo la Fiamma, l’Alamaro, i Cappelli e le Armi dei primi cento anni di vita dei Carabinieri, a costituire il tema di questo inserto sono ancora le Armi, nella loro funzione primaria,  la difesa della Patria. Il periodo sto-rico affrontato vede, più che mai, l’Arma impegnata nel suo duplice ruolo di arma combattente e di forza di poli-zia, che ne giustifica la necessità di adeguare costante-mente la dotazione di armi alle innovazioni tecniche. L’arco di tempo considerato, partendo dalla Grande Guerra e chiudendosi col Secondo Conflitto Mondiale,attraversato altresì dalla campagna per la conquista dell’Africa orientale, si configura come un lungo momen-to di trasformazione dell’assetto interno del nostro Paese,che per l’Arma comporta una parallela esigenza di aggiornamento delle dotazioni operative, tra cui le armi,strumenti non primari della sua funzione istituzionale,ma essenziali. Cosicché, dopo un secolo di vita, i Carabinieri sono chiamati a combattere per la Patria, non più con le carabine o con le sciabole, ma con le crepitanti armi di reparto, le mitragliatrici, anche per mano degli esordien-ti Carabinieri piloti, pionieri dell’aviazione militare.


La precedente monografia sulle armi dei Carabinieri, apparsa sull’Agenda dello scorso anno, si è conclusa con la descrizione del Moschetto mod. 1891, anticipando che esso“avrà una lunga storia”. Nella sua duplice ver-sione, corta con baionetta ripiegabile e lunga con baionetta innestata, il Carcano 91 - è que-sto il suo vero nome - è stato infatti, ininterrot-tamente, il fedele compagno dei militari dell’Arma, sui campi di guerra e sul fronte dell’ordine interno. È da precisare che la versione TS, ossia Truppe Speciali, non risulta essere stata mai assegnata ufficialmente a personale dell’Arma, ma la documentazione iconografica pervenutaci autorizza a ritenere che di essa fossero dotati i militari impegnati sul Podgora. Riprendendo la narrazione dell’armamento dei Carabinieri nel terzo cinquantennio di vita dell’Istituzione, è utile scorrere panoramica-mente la situazione degli Stati europei nel set-tore degli arsenali militari, specificamente per quanto attiene alle armi individuali. Il fucile e il moschetto restavano i mezzi di dotazione individuale maggiormente utilizzati, ancor più della pistola, non essendo l’assegnazione di quest’ultima generalizzata a tutti gli uomini in armi. Sul fucile, pertanto, si concentrarono gli studi dei laboratori balistici di tutti gli Stati. Il nostro Carcano, ossia il moschetto 91, ade-guandosi agli standard dell’epoca, si dimostrò una valida e progredita arma individuale. Contemporaneamente venne riservato un atten-to interesse per le armi di reparto, che si accin-gevano ad esordire in campo bellico con riso-lutiva predominanza. Dalla tabella a piè di pagina si può rilevare che soltanto la Francia ci aveva preceduti nell’adozione di un fucile di concezione moderna, il Lebel, il cui prototipo risaliva al 1886. E non deve sorprendere. Lo Stato transalpino, era già stato pioniere, nel1866, con lo Chassepots a ricarica rapida, feli-cemente sperimentato a danno dei garibaldi-ni l’anno successivo a Mentana. Quanto alle pistole, il confronto con la produ-zione europea non poneva il nostro Paese all’avanguardia. La nostra Glisenti 9 mm, ideata nel 1910, si rivelò poco robusta, tant’è che,interrottane la produzione, venne sostituita dal revolver Bodeo, risalente al 1889 e, più tardi, dalla Beretta 7,65 automatica. Gli altri Eserciti europei, che sarebbero stati coinvolti nella Grande Guerra (1914-18), disponevano di pistole destinate ad una carriera longeva, se non addirittura al mito, come la tedesca Luger 9 mm Po8. I Carabinieri, in quanto arma combattente, sischierarono in battaglia col Primo Reggimento Mobilitato già al momento dell’entrata in guer-ra dell’Italia contro l’Austria, nel maggio 1915. Nel luglio successivo, parteciparono alla Bat-taglia sulle pendici del Podgora. Dal Diario di guerra del proprio Comandante, il Colonnello Luigi Vannugli, rileviamo che il Reggimento comprendeva anche delle “Sezioni Mitragliatrici”al comando dei Tenenti Pietro Gaveglio, Gu-stavo Fiore e Ulrico Carozzi. Tali reparti, per-tanto, furono tra i primi ad essere dotati della nuova arma di reparto, esattamente la mitragliatrice FIAT-Revelli Mod.1914, con la quale svolsero la preparazione alla battaglia del 19luglio 1915. Però, durante l’epico fatto d’arme,essa non sparò un solo colpo, avendo il Reggi-mento Carabinieri ricevuto l’ordine di portare l’attacco alla quota 240 esclusivamente all’ar-ma bianca. E così fu, mentre dall’alto gli au-striaci riversavano sugli uomini del Col. Vannugli, con accanimento, tutto il loro potenziale di fuoco. Il progetto di quest’arma di reparto risaliva al1910, per opera di Abiel Revelli, che modificò la mitragliatrice Perino Mod. 1908, ritenuta ormai obsoleta. Prodotta in grandi quantità durante il conflitto dalla MBT (Metallurgica Bresciana Tampini), la FIAT-Revelli Mod. 14sirivelò inizialmente poco affidabile, in quanto soggetta a inceppamenti. Tale inconveniente era causato dal sistema di alimentazione dotato di una pompetta per l'olio, il quale lubrificava ogni colpo prima di incamerarlo,cosicché potesse scorrere meglio. Purtroppo,l'olio si univa con la polvere che entrava nel meccanismo, creando una pasta granulosa che faceva bloccare il meccanismo stesso. L’arma disponeva di un sistema di raffredda-mento ad acqua, che operava attorno alla canna a mezzo di un manicotto in cui era con-tenuto il liquido raffreddante. Esistevano due versioni dell'arma, una con manicotto liscio,un'altra con manicotto ondulato con nervatu-re di irrigidimento, che aumentava la dissipa-zione del calore. Una ulteriore caratteristica era lo scatto dell'otturatore, che permetteva la raffica sia continua che intermittente. Il calibro dell’arma si dimostrò insufficiente, infatti, le munizioni, contenute in una cassa da 50 colpi,erano le stesse del Carcano Mod. 91,il fucile in dotazione all'Esercito Regio. Le cartucce erano pertanto facilmente reperibili. Altro pro-blema riguardava il caricatore fisso, i cui 50colpi erano divisi in 10 compartimenti, il che diminuiva la capacità di fuoco. In seguito al Primo conflitto mondiale, la FIAT 1914fuanche utilizzata in Libia contro i ribelli fino al1931. La sua produzione terminò nel 1935,quando poi fu modificata e sostituita dalla FIAT-Revelli 35.La Grande Guerra offrì l’occasione agli eserciti di tutto il mondo di sperimentare ogni tipo di arma scaturita dalle ricerche effettuate a cavallo del XIX e XX secolo. Per quanto riguar-da l’Esercito Italiano, abbiamo già riferito della mitragliatrice. Per il fucile, ampiamente descrit-to sulla passata Agenda, limitatamente alla versione corta, ossia con baionetta ripiegabi-le, nelle pagine precedenti abbiamo delineatole caratteristiche delle versioni lunghe, con baionetta separata. Questo modello, di cui erano dotati tutti i reparti a piedi, compresi i Carabinieri in prima linea,era stato adottato in sostituzione del moschetto T.S. mod. 70/87, il 6gennaio 1900.

Le nuove pistole

Per le pistole, occorre premettere che durante la Grande Guerra i vari Corpi, pur essendo dotati di modelli specificamente prescritti, sitrovarono in casi non infrequenti a utilizzare tipi diversi di cui disponevano gli arsenali delle Grandi Unità. I Carabinieri, infatti, ven-nero dotati di pistole Glisenti,  Brixia, Tettoni,Beretta e addirittura della Bodeo del 1889,obsoleta, ma destinata ad una longevità a prova di due guerre mondiali, la prima del1914-18, la seconda del 1939-45. Su questo revolver è opportuno soffermarsi per alcune considerazioni, che concernono il problema dell’armamento affrontato da vari Stati, com-preso il nostro. Se alcuni eserciti, primo fra tutti quello tedesco, si presentarono al conflit-to con sufficienti scorte di armi e munizioni,altri sottovalutarono le proporzioni dello scontro armato che stava per sconvolgere l’in-tero pianeta e si trovarono nella necessità di correre urgentemente ai ripari. Questa situazione favorì il revolver Tettoni, praticamente scono-sciuto fino alla scoppio della Grande Guerra. La prima delle Nazioni belligeranti ad entrare in crisi produttiva fu la Francia, seguita dall’Italia.Le due nazioni dovettero rivolgersi alle fabbri-che spagnole specializzate nella produzione di un revolver derivato dal Bodeo  1889, che differi-va dall’originale soltanto per la presenza  delmarchio. Calibrata per l’Esercito Italiano in mm.10,35, prese il nome della ditta importatrice diBrescia, la Tettoni, e non ebbe mai una adozio-ne formale, ma solo lo status di arma integrativa. In effetti sulle guancette e sul lato destro figura soltanto il logo del produttore, una "OH"che attribuisce la produzione dell'arma alla“Orbea Hermanos”, ditta basca di Eibar, specia-lizzata nella produzione armiera. Nessun mar-chio ne indica l’appartenenza  alle forze armate del nostro Paese e la stessa ditta Tettoni non tentò nemmeno di assegnare il suo nome a quel revolver, che, seppure senza una assunzione ufficiale, ebbe notevole utilizzazione da parte delle nostre truppe col nome di Modello 1916,ma generalmente confuso col revolver Bodeo.Una storia meno contorta ha la pistola Glisenti,derivata da un modello progettato nel 1905dall’ufficiale di artiglieria Abiel Bethel Revelliper conto della Società Siderurgica Glisenti di Carcina (BS). Inizialmente di calibro 7,65, l’ar-ma ricalcava nella concezione e nelle linee la tedesca Luger, di cui però non eguagliava l’effi-cienza. La versione impiegata nella Grande Guerra risaliva al 1911 col nome di Pistola mod.1910.Era caratterizzata da una canna lunga 95mm. a sei righe interne destrorse, avvitata alla culatta, questa di forma squadrata, entro cui si muoveva l’otturatore. La culatta scorreva, a sua volta, sul castello dell’arma tramite due guide. Il caricatore, con una capacità di sette cartuc-ce, era alloggiato nell’impugnatura con inseri-mento dal basso. Dalla Glisenti mod. 1910 derivò nel 1912 la pistola Brixia,versione semplificata e anche migliorata rispetto al modello da cui traeva origine. Il perfezionamento consisteva nell’ir-robustimento di alcune parti e nella modifica alla sicura. Fu proprio questo secondo inter-vento ad assegnare al meccanismo la scher-zosa definizione “sicura a prova di stupido”,riferita al fatto che la stessa sicura serviva ad evitare la percussione a caricatore estratto senza tener conto che sarebbe potuto rimanere il colpo in canna. La Brixia, il cui nome derivava da quello latino di Brescia, aveva il pregio di costare molto meno rispetto alla Glisenti, il che ne giustificò la produzione su larga scala nelle fasi finali della Grande Guerra. Il conflitto era da poco iniziato quando lo Stato Maggiore italiano si rese conto che lo scontro armato tra Francia, Germania, Austria-Ungheria, Inghilterra, Russia e Italia rischiava di assumere dimensioni imprevedibili e il coinvolgimento di altri Paesi, giustificando l’aggettivo “mondiale”, per la prima volta attri-buito ad una guerra. Tale considerazione comportava la necessità di adeguare con urgenza il proprio armamento alle esigenze emerse già agli inizi del 1915. Una prima deci-sione fu quella di rivolgersi ad una antica armeria, la “Pietro Beretta” di Gardone Val Trompia (BS), che aveva da qualche tempo realizzato un prototipo di pistola automatica ideata dal capo progettista Tullio Marengoni.Si trattava di un’arma di facile costruzione,dalla meccanica ridotta all’essenziale e, cosa più importante, dal basso costo. La produzione venne avviata in tutta fretta e i primi esemplari furono già pronti nel giugno del1915. Si trattava di una pistola assai maneggevo-le, semiautomatica, con canna in acciaio sol-cata da sei righe destrorse, in calibro 9 mm. Glisenti. Quest’ultimo dettaglio era di grande rilevanza, in quanto consentiva che l’approvvigionamento delle cartucce fosse unico per due diversi modelli di pistola. Della stessa arma, prodotta in oltre 15.000 esemplari per gli Ufficiali di tutte le Armi, venne successiva-mente realizzata una versione calibro 7,65,che differiva dal modello da cui derivava perle dimensioni minori, per l’assenza della sicura posteriore sul castello e della molla ammortizzatrice di rinculo e per la mancanza dell’esplulsore, oltre che per altri dettagli minori relativi al disegno. La calibro 7,65 venne assegnata ai reparti combattenti dopo la sua presentazione alla Direzione di Artiglieria,avvenuta nel luglio 1917. Il successo della pistola Beretta nelle versioni iniziali incoraggiò la casa di Brescia a sperimentare nuove soluzioni tecniche, atte a migliorare l’arma, anche nella prospettiva di soddisfare la crescente richiesta da parte dei privati. Nel 1922, venne quindi messo in produ-zione un modello che risultò poco convincente,le cui innovazioni tecniche riguardavano in particolare l’espulsione dei bossoli attraverso un’unica apertura sul carrello, la leva della sicu-ra e il fissaggio della canna ottenuto con un incastro longitudinale. Esteticamente, l’unica variante di rilievo era nelle guanciole dell’impugnatura, non più in legno, ma in metallo bruni-to. L’Arma dei Carabinieri esitò nel prenderlo in considerazione per i suoi Ufficiali, in attesa che venisse avviata la produzione di un ulteriore modello, presentato l’anno successivo con la sigla M° 23, che venne adottato in coincidenza con il ritorno al turchino della divisa da Carabiniere, avvenuto in quegli anni dopo la parentesi della Grande Guerra e del successivo periodo di ristrutturazione ordinativa. La M° 23,tuttavia, non ebbe il successo sperato: gli stessi Ufficiali la consideravano alquanto ingom-brante e piuttosto massiccia. Ciò nonostante, sebbene prodotta in poco più di 10.000 esemplari, sopravvisse fino al 1934,in buona compagnia del revolver mod. 89, che continuava ad equipaggiare i Sottufficiali e i militari di truppa. Occorsero circa venti anni alla casa Beretta di Brescia per assicurare al suo nome una fama duratura, ottenuta col Modello 1934. Ma prima,nel 1932, aveva sperimentato nuove soluzioni intervenendo innovativamente sul M° 23conuna linea decisamente più elegante e con l’a-dozione del calibro 9 corto in sostituzione del calibro 9 Glisenti, definitivamente abbando-nato. Si trattò di una pistola dalla vita molto breve, giustificata dal carattere sperimentale del prodotto, da cui derivò l’arma corta più longeva mai adottata dalle Forze Armate italiane, chiamata Modello 34 dall’anno in cui apparvero i primi esemplari. A partire dal1938, la Beretta M 34 venne distribuita a tutti i militari dell’Arma, di qualunque grado, per restare in dotazione fino al 1977, quando sarà sostituita dal Modello 92/S calibro 9 mm. parabellum. Le caratteristiche di tale arma sono descritte nella  pagina seguente, correlate aduna esauriente documentazione fotografica.

Le sciabole

Parallelamente all’evoluzione nel settore delle armi da fuoco individuali, sia corte che lunghe, nel periodo storico che stiamo esaminando non si è verificata alcuna innovazione di rilievo relativamente alle armi bianche, ossia riguardo alle sciabole. Rappresentativa delle origini dell’Arma e delle sue tradizioni, la scia-bola ha conservato per i Carabinieri soprattutto un significato emblematico. Le variazioni succedutesi nel tempo nella sua forma, nelle misure e nel peso hanno inciso minimamente sulla sua funzione e utilizzazione, slittata progressivamente verso un ruolo unicamente uniformologico. Pertanto, proprio in ossequio alla sua finalità conservatrice dell’immagine del Carabiniere, le innovazioni sono state nel tempo contenute a irrilevanti interventi nella forma del fornimento, ossia dell’elsa e della manopola, tant’è che a partire dal Modello 1871,descritto nella precedente Agenda, si può dire che la sciabola da Carabiniere si sia avviata verso una standardizzazione irreversibile. Tale modello, con modifiche quasi impercettibili, è lo stesso in uso ai giorni nostri, cioè il Mod.71/29, dove 71 sta per l’anno iniziale di adozione e 29 per l’anno di aggiornamento. Si tratta, in sostanza, della stessa sciabola nichelata adottata per i Marescialli a piedi il 7 luglio1927, con lama ad un filo, leggermente curva,guardamano a due else, cappetta corta, pomoa spicchi, impugnatura di legno zigrinata e fodero in lamiera d’acciaio a due campanelle. Le differenze, invero modeste, furono: guarda-mano più stretto ed impugnatura in legno natu-rale liscio. Nel 1933 l’uso di questo modello venne esteso anche ai Marescialli a piedi, con la modifica dell’impugnatura, che per questi era di ebanite nera zigrinata. I Brigadieri a piedi,con la grande uniforme e con l’ordinaria, in ser-vizio dovevano però portare la dagamodello1814/34. I Marescialli a piedi hanno ancora oggi la sciabola mod. 29/33, che però non è più indi-viduale, ma è in dotazione di reparto. La sciabola mod. 71/29per i Brigadieri a cavallo, tuttora in uso, è la normale 71, nichelata, con impu-gnatura in legno naturale e fodero a due cam-panelle. I Marescialli l’avevano e l’hanno tuttora con impugnatura in legno nero. Altri dettagli sono riportati nella tavola della pagina a fronte. Per quanto attiene alla sciabola da Ufficiale, i Regolamenti relativi al periodo di cui trattiamo sono particolarmente sobri. La “Modificazione alla divisa degli Ufficiali”del 17 novembre 1927si limita laconicamente al Capo I, paragrafo 4,ad indicare “sciabola con pendagli e dragona di grande uniforme”. Nel successivo “Regolamento sull’uniforme” del 20 luglio 1931, all’art. 139 si precisa: “Sciabola -È quella prescritta per gli ufficiali di cavalleria; è obbligatoria con tutte le uniformi”. Andando a ritroso, scopriamo che la prescrizione risale al 1873, anno in cui ne ven-nero precisate le caratteristiche, rimaste prati-camente invariate, salvo che nelle tre fenditu-re della guardia, che dai documenti fotografici pervenutici risultano più ampie.

Verso l’epoca attuale

Un passo rilevante nell’armamento dei Corpi armati italiani, parallelamente a quanto avve-niva nel resto del mondo, si verificò già agli inizi degli anni ‘20, quando l'Esercito Italiano radiò tutte le armi automatiche leggere in dotazione, per poi riequipaggiarsi con le mitragliatrici leggere FIAT 24e la Breda 9C, la cui vita fu breve e scarsa di successi. Fu con la presentazione, nel 1930, della Breda 30, che ebbe inizio l’epoca attuale delle armi automa-tiche italiane, sia individuali che di reparto. Classificato come fucile mitragliatore, il Breda Modello 30fu prodotto dal 1931 fino al 1946 e venne largamente impiegato dall'Esercito Italiano in tutti i teatri di guerra. Già nel 1940risultavano costruiti oltre 30.000 esemplari. Queste le caratteristiche: Peso: 10,80 kg;Lunghezza: 1,23 m.; Lunghezza della canna:520 mm.; Calibro: 6,5 ×52 mm.; Azionamento automatico con canna e otturatore rinculanti;Cadenza di tiro: 475 colpi/min.; Velocità alla volata: 618 m/s; Tiro utile: 800 - 900 m.;Alimentazione: caricatori da 20 colpi. Nel 1938 venne presentata un’arma intera-mente automatica ideata dall’inesauribile Tullio Marangoni, il già citato capo progettista della Fabbrica d’Armi Beretta di Gardone Val Trompia. Si trattava di un’arma a ripetizione leggera, dalla straordinaria capacità di fuoco, cui venne subito assegnata la definizione di fucile mitragliatore per la sua maneggevolez-za. La differenza rispetto alle preesistenti mitragliatrici era nel suo carattere di arma indi-viduale, che la distingueva  dalle pesanti e ingombranti armi a fuoco continuo di reparto. La sua omologazione da parte dell’Ispettorato di Artiglieria avvenne nel 1938 con la sigla M.A.B 38, modificata in M.A.B. 38/A dopo una breve fase sperimentale, durante la quale l’ar-ma subì perfezionamenti non rilevanti, ma definitivi. Le caratteristiche erano: Peso 4.8 kg;Calibro 9 mm x19; Tipo di munizioni, 9 M38Fiocchi, 9 mm parabellum; Cadenza di tiro, 550 colpi al minuto; Velocità alla volata, 390m/s (9mmx19 Para), 410-420 m/s (9M38 Fiocchi9x19); Tiro utile 100-200 m; Alimentazione caricatori da 10, 20, 30 o 40 colpi. L’imminenza del Secondo Conflitto Mondiale, il cui pericolosi avvertiva incombente, indusse il nostro Stato Maggiore Generale ad accelerare la pro-duzione della nuova arma, l’unica che in qual-che misura consentiva al nostro Paese di affrontare, minimamente preparato, l’even-tuale partecipazione al conflitto. E fu proprio il M.A.B. 38/A a consentire ai nostri militari di esprimere il loro eroismo, anche in situazioni di estrema inferiorità numerica, come accad-de in Africa Orientale, sulle aspre alture di Culqualber, ove nel 1941 il Battaglione Carabinieri Mobilitato tenne lungamente testa ad un intero esercito agguerrito.

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